Fino a poco tempo fa quando si parlava di autolesionismo, si era soliti fare riferimento agli adolescenti cosiddetti “Emo”, che, tra le varie caratteristiche distintive, avevano quella di procurarsi tagli e bruciature sul corpo per sentire dolore. Attualmente il fenomeno degli “Agiti Autolesivi”, come tagli, bruciature, punture su varie parti del corpo (generalmente braccia, ma anche gambe, pancia, spalle) si è diffuso a gruppi molto vasti di adolescenti. Basti pensare a quante pagine dedicate all’autolesionismo compaiono sui social network. Questo ci fa giungere a una prima considerazione: il fenomeno sta diventando pericolosamente di moda. Tuttavia, al di là dell’aspetto di “conformismo” che in alcuni casi può esserci dietro questi agiti, si cela sempre anche una profonda sofferenza, che non può trovare spazio e possibilità di essere comunicata, se non attraverso il corpo.

Ma quale messaggio vuole mandare il giovane tagliandosi le braccia o procurandosi bruciature? Questi comportamenti possono assumere significati diversi per ogni individuo e hanno una valenza differente a seconda che siano messi in atto da ragazzi in età adolescenziale o da persone con una diagnosi di psicopatologia.

Tralasciando la valenza e il significato di questi agiti in presenza di una psicopatologia conclamata, possiamo dire che dietro a questi atti di autolesionismo compiuti da adolescenti, si cela spesso un profondo SENSO DI VUOTO e di INDEFINITEZZA. Quello che spaventa maggiormente il giovane è il marasma di emozioni con le quali deve convivere ogni giorno, senza avere gli strumenti adatti per gestirle. Ed è a questo punto che, pur di sentire la vita che scorre dentro di sé, pur di vedere che si è ancora vivi,  ci si fa del male, come per avere la conferma di non essere completamente vuoti. In altri casi la sofferenza psichica è così forte che l’unico modo per lenirla è quello di provare un dolore altrettanto forte, ma fisico, più facilmente gestibile e curabile.  O ancora, può capitare che un’emozione come la rabbia, non potendo essere indirizzata verso l’esterno, viene interiorizzata e indirizzata verso di sé, attivando appunto agiti di questo tipo. Queste sono solo alcune delle motivazioni profonde che sottendono a questi atti di autolesionismo, ma ci fanno capire quanta sofferenza e quanta varietà di emozioni e sensazioni può esserci dietro ad un’azione così drammatica come quella di farsi del male di proposito.

Spesso è molto difficile rendersi conto della difficoltà vissuta da questi ragazzi, ma alcuni segnali ci sono e non vanno sottovalutati, come la tendenza a coprirsi più del necessario, evitando maniche corte o mettendosi fasce colorate sui polsi. Spesso il ragazzo che inizia a tagliarsi diventa più silenzioso e schivo, tende a passare molto tempo in camera o in bagno senza apparente motivo, e a evitare situazioni che lo costringerebbero a esporre le parti del proprio corpo tagliate (ad esempio piscina, mare, palestra).

Il genitore, accorgendosi della situazione, può spaventarsi alla scoperta di questi atti da parte del figlio. Ciò che conta è non colpevolizzare i ragazzi e non farli sentire “malati”, “pazzi”, “inadeguati”. In loro spesso c’è un profondo senso di vergogna per quello che fanno e colpevolizzarli non fa altro che aumentare questa vergogna e farli chiudere ancora di più in se stessi.

La terapia si differenza nei vari casi, anche se il principio rimane il medesimo: scoprire come funzioniamo imparando a conoscersi. Ciò che conta è attivare la richiesta d’aiuto, facendo sì che il ragazzo o la ragazza si senta libero di poterne parlare con una persona che non si spaventa, non colpevolizza e non giudica questo comportamento.